SILVIA RIVA – Università degli Studi di Milano
Il problema della definizione dei contenuti e della collocazione dei corsi di Cultura si è posto, a Milano, cinque anni fa, con la nascita del corso di laurea interfacoltà (Facoltà di Lettere e Filosofia e Facoltà di Scienze Politiche) di Mediazione linguistica e culturale. In un secondo tempo, tre anni fa, si è riproposto nella rispettiva laurea magistrale in Lingue, culture e comunicazione internazionale (sempre interfacoltà) e, infine, nel corso di laurea in Scienze Umanistiche per la Comunicazione della Facoltà di Lettere e Filosofia.
Se, da un lato, il corso di laurea in Lingue e letterature straniere ha evitato (come pareva invece suggerire il nome della classe ministeriale) di cancellare il termine «letteratura» nell’intitolato degli esami e nel nome stesso del corso di laurea, così come ha fatto la rispettiva laurea magistrale (Lingue e letterature europee ed extraeuropee), il corso di Mediazione linguistica e culturale ha seguito intenzionalmente un’altra strada. La figura del mediatore, così come la si intende formare nella prospettiva di questo corso di laurea, necessita infatti di una preparazione sensibilmente diversa da quella del laureato in lingue e letterature straniere. Per tale motivo, così come i corsi di Lingua francese di Mediazione Linguistica sono diversi (per didattica e contenuti) da quelli di Lingua francese di Lingue e letterature straniere, là dove la tabella prevedeva CFU per il Settore Scientifico-Disciplinare L-LIN/03 (Letteratura francese), si è deciso – in perfetta sintonia con colleghi di altre aree linguistiche – di non attivare corsi di Letteratura per studenti iscritti a Mediazione, dato che la loro formazione ci è parso richiedere un diverso tipo di competenze (tanto da impedire loro l’accesso alla Laurea Magistrale di Lingue).
Segnalo, quindi, le riflessioni e le motivazioni che ci hanno portati a creare corsi di Cultura ben definiti e nettamente distinti (e sempre ben distinguibili) da quelli di Letteratura, previsti per altri corsi di laurea.
Premetto tre cose :
– il corso di ML a Milano è, nel suo piano degli studi, quasi totalmente diverso da quello in LLS, ed è fortemente caratterizzato da apporti disciplinari della Facoltà di Scienze Politiche;
– la situazione di Milano è stata praticabile solo grazie ad un aumento del carico didattico che ha toccato docenti e ricercatori (60-80 ore circa per i ricercatori, 80-100 ore per i professori associati, 120-140 ore per i professori ordinari).
– la questione relativa a tutto ciò che riguarda i corsi di Cultura è ancora in fase di rodaggio.
DESCRIZIONE
L’Università di Milano prevede, nel corso di laurea di Mediazione, un triennio di Cultura francese ed un triennio, diverso e separato, di Cultura dei paesi di lingua francese. Lo studente, fin dal primo anno, decide quale dei due percorsi intraprendere e a quello si atterrà per l’intero corso di studi.
Attualmente, all’interno di ognuno dei due trienni, il primo anno è separato da quelli del II e III che sono invece uniti (e ciò esclusivamente per mancanza di forze, dato che docenti di LLS, ML, delle due rispettive lauree magistrali – Lingue e letterature europee ed extraeuropee e Lingue, culture e comunicazione internazionale – sono gli stessi...). Gli insegnamenti sono impartiti esclusivamente in lingua francese a partire dal II anno.
Come dicevo, la Sezione di Francesistica organizza anche, su richiesta specifica del Corso di Laurea in Scienze umanistiche per la comunicazione, un corso di Cultura francese, diverso da quelli ideati per ML, che tiene conto della caratterizzazione prettamente “massmediologica” di questo corso di laurea.
Nella laurea magistrale – avviata solo per il CCD di Mediazione – siamo per ora stati costretti (sempre a causa di mancanza di forze) ad avviare un unico corso intitolato «Culture di lingua francese» che si diversifica internamente sfruttando la struttura modulare (i corsi di ML sono strutturati in moduli di 20 ore, per 3 CFU ciascuno) : si è pertanto stabilito di far seguire agli studenti un modulo comune per francesisti e francofonisti, poi i percorsi si separano in due moduli distinti, tenuti da docenti diversi.
Una struttura così impegnativa, su tutti i fronti, ci ha portati fin dall’inizio a riflettere sui contenuti e sugli aspetti didattici dell’insegnamento.
Avanzo, qui, alcune delle nostre riflessioni che costituiscono il frutto di un lavoro comune (Marco Modenesi, Jole Morgante, Alessandra Preda, Eleonora Sparvoli, Silvana Turzio, Danielle Goti e io stessa) :
A) Prima cosa chiarissima a tutti: i corsi di Cultura non sono e non possono essere corsi di Letteratura più o meno travestiti o, peggio, più o meno adattati al corso di ML, quasi che questo fosse il parente povero della Laurea in LLS.
È evidente che la letteratura fa parte della cultura, ma è altrettanto evidente che il ruolo che essa dovrebbe ricoprire nella formazione di uno studente di LLS possiede un peso specifico non riproponibile altrove; allo stesso modo, sappiamo tutti che nei corsi di letteratura (e adesso, sempre più) a nessuno è dato di presentare la letteratura juxta propria principia e che sempre più sono indispensabili richiami alla Storia, alla Geografia, alle Arti figurative, al Cinema, alla storia delle società, delle idee e così via. Ciò non toglie che l’oggetto principe dell’insegnamento della letteratura – con taglio storico-evolutivo o semiotico-critico – sia il testo letterario nelle sue molteplici forme e che sul testo letterario si focalizza la maggior parte della nostra attenzione.
La situazione è praticamente ribaltata nel caso dei corsi di Cultura, dove ovviamente e naturalmente il testo letterario e la letteratura in generale possono trovare cittadinanza, accanto ad altri aspetti della cultura, tutti posti, però, su un piano di equivalenza, almeno per quanto riguarda l’approccio didattico del corso.
B) Ci siamo chiesti quali aspetti dell’insegnamento delle Culture potessero servire ad integrare la formazione dello studente di Mediazione Linguistica e di Scienze umanistiche per la Comunicazione. Questo ci ha costretti a interrogarci sullo stato della materia e ad orientarci nell’insegnamento delle culture verso alcune “dominanti” tipiche dell’articolazione complessa degli Studi culturali (la parola “dominanti” e i quadri di riferimento epistemologico che esse sottendono sono presi a prestito dal fondamentale contributo di Michele Cometa all’analisi degli Studi Culturali intitolato Dizionario degli studi culturali, a cura di Roberta Coglitore e Federica Mazzara, Roma, Meltemi, 2004).
In particolare, nella nostra pratica didattica sono state finora prese in considerazione soprattutto la:
– dominante storico-sociale, interessata al rapporto tra mentalità/rappresentazioni collettive e istituzioni, flussi e trasformazioni sociali. È la tradizione classica che va dalla “Histoire des mentalités” delle Annales alla micrologia di C. Ginsburg;
– dominante semiotico-sociale: tutti gli approcci allo studio della cultura che pongono in primo piano la questione del segno in rapporto al significato e alla sua comunicazione all’interno di un sociosistema. È la tradizione che va dalla semiologia di R. Barthes agli sviluppi della tipologia della cultura di J. M Lotman e della semiotica di A. J. Greimas;
– dominante politico-antropologica: è l’approccio che mette al centro l’intersezione e l’interazione tra substrato biologico, considerato però esso stesso come modificabile culturalmente, e politica, nonché la conseguente creazioni di stereotipi, relativi a etnie, razze, nazioni etc. È la tradizione che parte dall’ottocentesca “imagologia” e giunge alla critica post-coloniale di F. Fanon e E. Said, e che tematizza gli aspetti diasporici e multiculturali delle identità moderne;
– dominante politico-sessuale: si tratta di approcci in cui prevale l’interesse per il genere, sia in senso biologico che culturale, sia sul fronte delle definizioni antropologiche che su quello delle identità politiche. È la strada che dalle scritture di genere alle politiche dei subalterni (P. Gilroy, G. Ch. Spivak), dalle ecologie della cultura e al superamento dell’umano nel tecnologico (J. Baudrillard);
E’ stata, per ora, meno esplorata, ma solo per ragioni pratiche e non di opportunità, la
– dominante linguistico-istituzionale: che è interessata all’intreccio tra idee/concetti/lessici e modificazione degli stessi, e che enfatizza da un lato la loro potenza discorsiva che segue leggi e sistemi individuati dalle scienze del linguaggio e le raccorda alle istituzioni, alle forme ed energie sociali;
C) Sia i corsi di Cultura francese che di Cultura dei Paesi di Lingua francese prendono in considerazione esclusivamente i fenomeni culturali del Novecento e di questo inizio secolo. Il che non toglie la possibilità, talvolta imprescindibile, di recuperare elementi storici, culturali, sociali e antropologici che vanno anche molto indietro nel tempo.
CONTENUTI :
Una volta chiarito l’approccio epistemologico allo studio delle culture, si è posto il problema della definizione dei contenuti.
In generale, abbiamo scelto (tenendo soprattutto conto delle nostre competenze pregresse e del continuo aggiornamento che l’insegnamento di tali corsi comporta) di mostrare attraverso alcuni documenti (letterari, artistici, antropologici, storici, mediatici) non solo cosa passa della cultura del Paese o di aree geografiche determinate, ma cosa recepiamo nella decodifica di alcuni segni complessi che quei mondi culturali offrono.
Sia chiaro, quindi, che non sono corsi di storia dell’arte o di cinema, ma su come letteratura, cinema, storia, antropologia… traducono aspetti culturali della Francia o di aree di lingua francese. In altre parole, non ci si deve improvvisare esperti di cinema o di arte, ma utilizzare i loro documenti come strumenti del discorso; e se possibile, chiedere aiuto anche a specialisti esperti nelle varie materie (ciò è possibile soprattutto nelle università grandi e alcuni di noi hanno attinto in modo fruttuoso a questa opportunità).
La progressione cronologica non c’è, almeno a livello di contenuti. Come osserva lo stesso Cometa, “in questo eredi delle intuizioni di Deleuze e Guattari, la caratteristica degli studi culturali è quella di ‘iniziare nel mezzo’”. Tuttavia, almeno per i corsi di Cultura dei Paesi di Lingua francese, si tenta durante il triennio di coprire quanto più possibile lo spazio francofono extra-europeo, soffermandoci, per ogni anno, su un’area specifica (in linea generale, l’Africa nera, il Maghreb, le Americhe francofone – Caraibi e Nordamerica, e le cosiddette Francofonie minori – Medio–Oriente, Asia, Oceania…).
La progressione c’è, invece, a livello metodologico.
Il primo anno ha funzione propedeutica anche per definire gli studi culturali (di solito, un modulo) ; poi, si entra nel vivo della loro applicazione.
Come accennavo prima, parlando della “dominante linguistico-istituzionale”, quello che avremmo desiderato fare, ma che, per il momento, non è ancora stato possibile, è, al terzo anno (quando le competenze linguistiche di tutti dovrebbero aver raggiunto un livello adeguato e la metodologia dovrebbe ormai essere più familiare) proporre un corso sul rapporto fra Lingua e Cultura, sulla Lingua come Cultura, magari trasversale fra i due percorsi esistenti.
ESEMPI DI CORSI TENUTI NEL QUINQUENNIO 2000–2005:
A) Corsi di Cultura francese per Mediazione linguistica:
1) Il Primo esempio si colloca in quella che precedentemente ho definito la “dominante di genere” degli Studi Culturali.
Nel corso di quest’anno, tenuto da Eleonora Sparvoli e Alessandra Preda, il tema scelto è stato
La donna e la creazione artistica: pregiudizi culturali, istanze innovative, fallimenti e successi delle artiste francesi nella prima metà del Novecento.
Modulo A (Prof. Eleonora Sparvoli): “Il ruolo della donna nella produzione culturale francese della prima metà del '900: scrittrici, pittrici, registe”.
Modulo B (Prof. Alessandra Preda): “Un caso esemplare: Simone de Beauvoir”
2) altri esempi riguardano la dominante cosiddetta “storico-sociale” (interessata, come specificato, al rapporto tra mentalità/rappresentazioni collettive e istituzioni, flussi e trasformazioni sociali).
Le prof. Melzi ha tenuto un corso sulla presenza/rifiuto della cultura ebraica in Francia
Le prof. Morgante ha indagatola preminenza del paradigma scientifico come criterio di interpretazione-rappresentazione della realtà nella cultura francese del 900
Per il I e II specialistico si è previsto di articolare il corso su due momenti: una prima parte di tipo teorico sugli strumenti metodologici degli studi culturali, con un'analisi particolare dei concetti di “champ”, “mentalità” e “horizon culturel” (nell'ottica del concetto di “espace public”). La seconda parte è di tipo seminariale: un lavoro pratico degli studenti che prevede un confronto collettivo in classe e la stesura di una relazione.
B) Esempi di corsi nell’ambito dell’insegnamento CULTURA DEI PAESI DI LINGUA FRANCESE
Nell’insegnamento della Cultura dei Paesi di Lingua francese la dominante è stata soprattutto, anche se non esclusivamente, politico-antropologica (la tradizione che parte dall’ottocentesca imagologia e giunge alla critica post-coloniale di F. Fanon e E. Said, e che tematizza gli aspetti diasporici e multiculturali delle identità moderne)
In questa dominante si situano alcuni miei corsi (Dott. Riva):
1. AFRICA-EUROPA A/R: dall'invenzione europea dell'Africa alla visione africana dell'Europa (40 ore, 6 crediti)
Il primo modulo (Modulo A) si articola attorno ai seguenti temi: l'"altro" nel pensiero francese (Tzvetan Todorov, Nous et les autres), schiavitù e colonizzazione, correnti identitarie dell'Africa francofona e della diaspora, teorie postcoloniali e culture migranti.
La seconda parte del corso (Modulo B) entra nel vivo della questione della rappresentazione dell'"altro" ed è centrata sul caso dell'Africa francofona (Africa Nera e Maghreb). Sono quindi indagate, attraverso un'antologia di testi (letterari e non) e di immagini (fotografie, film e riproduzioni artistiche), l'invenzione europea dell'Africa e le visioni africane dell'Europa e degli europei seguendo tre piste tematiche:
1) la costruzione della memoria storica;
2) l'interpretazione del territorio;
3) la rappresentazione del corpo.
2. “Le Paris Noir” (1878-2000): sei generazioni di Parigini incontrano le Antille, l’Africa e l’America nera.
Modulo A (20 ore; 3 CFU): “Cultura coloniale/Cultura imperiale: Francia e Mondo Nero dal 1871 al 1961”.
Modulo B (20 ore; 3 CFU): “Parigi nera: dall’indigeno all’immigrato” (1961-2000).
Il corso si propone di illustrare la presenza della cultura Nera nella capitale francese a partire dall’epoca coloniale (gli “zoo umani” del Jardin d'Acclimatation alla fine del XIX secolo) fino ai giorni nostri (la vittoria della Francia “blanc-black-beur” ai campionati di football del 1998), attraverso lo studio dei luoghi, dei simboli e delle immagini (tratte dalla narrativa, dal cinema, dalla pubblicità e dalle arti visive) che testimoniano, di volta in volta, lo scontro, l’ambiguità e lo scambio dello sguardo francese sul mondo Nero. Il corso è affiancato da un ciclo di film proiettati presso il Centre Culturel Français de Milan.
3.“La misura del mondo nuovo: elementi storico-culturali nelle Americhe francofone”.
Modulo A: “L’America continentale: Québec, Acadia, Ontario, Louisiana, Ovest canadese, Nuova Inghilterra” (20 ore, 3 CFU).
Modulo B: “I Caraibi e le isole creole” (20 ore, 3 CFU).
L’intento del corso è quello di tracciare le grandi linee dell’impatto e dell’evoluzione della matrice culturale francese sul continente americano e i suoi luoghi di radicamento, tanto da un punto di vista storico (viaggi di esplorazione, colonizzazione, storia contemporanea) quanto culturale (assimilazione, mimetismo culturale, ibridazione, creolizzazione, culture migranti).
4. La dott. Danielle Goti ha tenuto il corso Le Maghreb des deux rives: un peuple en quête d'identité dove ha esposto le caratteristiche dei legami che, tra dialogo e conflitti, uniscono la Francia al Maghreb dal periodo coloniale alla decolonizzazione, dall’indipendenza all’immigrazione.
5. Nella dominante semiotico-sociale (l’approccio allo studio della cultura che pone in primo piano la questione del segno in rapporto al significato e alla sua comunicazione all’interno di un sociosistema.) si situa invece il corso del prof. Modenesi su
“I mille volti delle città francofone: aspetti e figure delle realtà culturali urbane dell’universo di lingua francese”
Modulo A: Gli studi culturali: teoria e metodologia. Lettura della città africana”
Modulo B “Metropoli europee e metropoli americane a confronto; due casi esemplari: Parigi e Montréal”
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
A conclusione di questa panoramica mi sembra importante sottolineare tre cose :
1. non è sufficiente la formazione che tradizionalmente ha un letterato per insegnare Cultura, ma il docente deve crearsi tutta una serie di competenze – in campi e metodi di studio molto diversi fra loro – che la formazione del letterato non prevede necessariamente ;
2. non esistono (perlomeno non esistono ancora e, per la natura di questi studi, probabilmente non esisteranno mai) manuali bell’e pronti che possano costituire un equivalente del manuale letterario. Esistono manuali di « civilisation » (concetto diverso da quello di “cultura”) che possono eventualmente costituire un supporto per lo studio domestico (manuale inesistente, invece, per chi si occupa di culture dei paesi francofoni; i pochi in commercio sono molto deludenti). La difficoltà nell’insegnamento delle culture risiede proprio nel proporre bibliografie che tocchino tutti i nodi del programma in modo organico e sufficientemente fruibile dallo studente. Ogni volta si è costretti a preparare dispense ad hoc, il che richiede molto tempo. Inoltre l’uso, talvolta necessario, di materiali audiovisivi rende indispensabile la disponibilità di aule attrezzate.
3. Campi e metodi :
I campi sono selezionati secondo la formazione dello studente (ad esempio, a Scienze Umanistiche per la Comunicazione, il corso di Cultura francese ha lavorato prevalentemente sull’immagine : fumetto francese e belga (Modenesi) ; fotografia francese (Turzio) ; rapporto fra arti visive e letteratura dell’estremo contemporaneo (Riva)) .
Il metodo non può ignorare l’apporto bibliografico vastissimo dei Cultural Studies di tradizione inizialmente anglofona (prima britannica, negli anni 60, poi statunitense, negli anni 80), ma che si avvale anche dell’apporto tedesco (le nozioni di "antropologia letteraria", "archeologia del sapere", "Frauenliteratur", "imagologia", "immaginazione materiale", "mediologia", "memoria culturale", e molte altre, sono state stese da germanisti) e dell’apporto francese – benché i teorici francesi, salvo Todorov, che ha affermato esplicitamente di occuparsi oggi di Studi Culturali, non si rifacciano apertamente a questo tipo di esperienza (penso in particolare a Deleuze, Guattari – con la loro nozione di “rizoma” fondamentale nei Cultural Studies -, ma anche a Pierre Bourdieu, Pierre Nora e Marc Augé…).
È su questi che, imprescindibilmente, deve formarsi il docente di Cultura; potrà rifiutare in parte o in toto questi studi, ma non può ignorarli; potrà/dovrà leggere con un indispensabile occhio critico gli apporti europei e americani in questa disciplina, ma non potrà fingere che non esistano, soprattutto se gli insegnamenti di Cultura dovranno, presto o tardi, invitare alla formazione, anche e soprattutto nel campo della ricerca, di una figura nuova, che attualmente manca nel quadro della francesistica.
L’apertura di un nuovo percorso disciplinare, quello relativo agli studi culturologici applicati al campo della francesistica e della francofonia, ancorché insidioso, poiché implica lo sconfinamento in altri spazi disciplinari di ricerca, è estremamente fruttuoso e arricchente se affrontato con umiltà e soprattutto con rigore. Quello degli studi culturali è un campo, inoltre, in cui lingua e letteratura, come non mai, devono assolutamente incontrasi e collaborare per trovare strade di decodifica sempre nuove, chiave per la comprensione reciproca.