MARIA FRANCESCA DAVI’- Università di Messina
A partire dall’a. a.. 1997-1998 mi è stato affidato l’incarico di insegnare, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Messina, la Storia della cultura francese. Disciplina di confine, accogliente, oserei dire “meticcia” per la sua caratteristica di contenere altre discipline, di vivere proprio in virtù di questo suo carattere ospitale. Ma anche disciplina che, già nella denominazione, annuncia la sua ambiguità, perché giustappone un’astrazione concettuale (cultura) ad una applicazione concreta (francese).
Provenendo, come molti di noi, dalle più rassicuranti e collaudate esperienze di insegnamento della tradizionale Storia della Letteratura, mi sono trovata a dover riempire di significati e di contenuti una casella che mi appariva vuota. Di qui la necessità, e l’opportunità, di trovare e percorrere sentieri nuovi per raggiungere un luogo che sembrava sconosciuto. Di qui la necessità, anche, di inventarsi docente sul campo, non essendo rintracciabili né una “normativa” teorica della disciplina, né una codificazione della pratica di insegnamento. Di qui ancora la necessità di evitare un duplice rischio nella proposta didattica: l’eccesso di astrazione di contro alla banalizzazione, in parole povere, il “tutto e niente”, entrambi altrettanto possibili per l’ampiezza della denominazione. Mi è parsa subito evidente peraltro, la grande attrattiva che la disciplina esercitava sugli studenti, affascinati proprio da quella ambiguità, da quella genericità che è nella denominazione. Credo che gli studenti immaginino, sotto quella dicitura, la totalità di un mondo che, racchiuso in un’unica seppur vaga parola, appare più raggiungibile.
Mi sono trovata di fronte al problema delle scelte didattiche in due, anzi tre diverse occasioni, perché l’insegnamento si è svolto tanto nel vecchio ordinamento universitario, quanto nel nuovo; e in questo ultimo, in due Corsi di Laurea che prevedono diverse esigenze formative, quelle del Corso di Laurea in Scienze dell’Informazione Editoria e Giornalismo, e quelle del Corso di Laurea in Lingue e Letterature Straniere.
Nel V.O. la Storia della Cultura Francese è materia facoltativa e si trova a convivere, ovviamente in posizione subalterna, con la storia della Letteratura francese, materia di alto lignaggio ed obbligatoria. Mi sono, quindi, posta un quesito non troppo nobile ma assai realistico: come attrarre lo studente? Come non fargli apparire la Storia della Cultura la parente povera della Storia e soprattutto della Storia della Letteratura? Mi si presentavano due strade: attribuire alla materia un’ampia rassegna di contenuto generico, necessariamente impreciso e tutto sommato inutile per chi avesse già studiato le altre Storie francesi, oppure dirigere l’attenzione verso eventi storici e culturali, usi, costumi, i quali anche considerati isolatamente, fossero da soli esempio sufficiente della “francesità”. Di fatto, nell’attuazione pratica, non ho voluto o saputo operare una vera scelta. Nell’acquisizione di una mia metodologia formativa, così come nella trasmissione agli studenti, tanto del vecchio quanto del nuovo ordinamento, ho avvertito forte la filiazione della Storia della Cultura dalla scuola storica delle Annales, portatrice di quella nozione di longue durée mediantela quale è più agevole spiegare e descrivere il costruirsi di una mentalità, di uno spirito collettivo, di una storia fatta di più storie. Ho inteso, perciò, la Storia della cultura come una storia integrale, in cui s’intrecciano e interagiscono la produzione di oggetti letterari e figurativi, le istituzioni e le abitudini di vita, le specificità nazionali. Di qui l’indicazione bibliografica, nel programma del mio corso, dell’opera di G. DUBY e R. MANDROU, Histoire del la civilisation française, purtroppo da qualche tempo non più ripubblicata neanche nell’edizione italiana.
Non ho d’altronde voluto rinunciare alla possibilità di offrire agli studenti (e a me stessa), l’occasione di provare a individuare singoli elementi che, enucleati dal più vasto panorama illustrato dal manuale di civilisation , potessero al di là di una
generale Storia nazionale introdurre una specificità nazionale della Francia. Sotto la formula del “corso monografico”, abbiamo discusso, nei diversi anni accademici, di una Francia terra “d’accueil et d’exil” e della letteratura ad essa relativa; della pratica storico -sociale del viaggio e delle sue inferenze letterarie; della riflessione di alcuni pensatori francesi sulla “diversità”; della società e della “cultura” “salonnières”, nella loro espressioni più o meno canoniche; del mito, tutto francese, della felicità, conquista e diritto umano
Il Vecchio Ordinamento prevedeva che lo studente che avesse biennalizzato la disciplina, poteva laurearsi discutendo una tesi di Storia della cultura. Credo che un momento importante, anche per la formazione del docente di una disciplina ancora aperta a trasformazioni e non del tutto codificata possa essere quello dell’assegnazione dell’argomento di una tesi. Ulteriore e forse più importante test sul campo, la tesi di laurea è il momento per misurarsi in concreto con questioni basilari: l’autonomia di questa disciplina, l’in- sé della Storia della cultura e l’insidia che si cela in questa così accogliente denominazione, il rischio cioè, come dicevo, della banalizzazione e del progetto pretenzioso.
Ancora una volta, al momento di assegnare la tesi, specie per la formazione eminentemente letteraria che accomuna molti di noi, riappare alle spalle della Storia della cultura il fantasma ingombrante della Storia della letteratura. E allora: sganciarsi dal debito letterario oppure accettarlo opportunamente? Ho scelto la seconda ipotesi utilizzando, certo con molta cautela e una qualche apprensione, strumenti antropologici, sociologici, storici, poco frequentati da chi, come me, nasce letterato e /o linguista. Penso, infatti, che le opere letterarie possano trovare, all’interno della Storia della cultura, una loro collocazione, in uno spazio riconquistato, quello che le teorie del “testo in sé”, del testo “campo di concentramento” hanno loro proibito. Verrebbe così accolta e rivalutata tutta la vita extratestuale dell’opera letteraria.
Diverso lo statuto della disciplina nel Nuovo Ordinamento. Diverso per conseguenza l’atteggiamento didattico da assumere.
Credo che abbiamo un po’ tutti avvertito un certo ridimensionamento - per non dire di più – della reale presenza accordata alla Letteratura nei Nuovi Ordinamenti a favore dello studio della Lingua.
Il Manifesto degli Studi della mia Facoltà inserisce la Storia della cultura francese nel piano di studi del Corso di Laurea in Scienze dell’Informazione Editoria e Giornalismo (corso a numero chiuso), e in quello del Corso di Laurea in Lingue, Letterature e Culture Straniere. Esigenze e finalità didattiche assai diverse rispetto a quelle da fronteggiare nel Vecchio Ordinamento, dove le letterature avevano larghissimo spazio e non si avvertiva perciò la necessità di un insegnamento che in qualche modo, per difetto d’altro, può apparire una sorta di “supplente”.
Diversa anche la realtà didattica concreta dei due diversi Corsi di Laurea nei quali mi trovo ad operare: il numero complessivo di ore di insegnamento contemplato dal Manifesto degli Studi per Scienza dell’Informazione è di 40 ore contro le 30 previste per Lingue, anche se identico (5) è il numero di crediti. Così, a 1 credito corrispondono 8 ore di insegnamento frontale a Scienze dell’Informazione, e 6 ore a Lingue.
Il problema, dunque, che mi si è posto, e mi si pone ancora, non è più quello della metodologia didattica, quanto quello, assai più banale, delle esigenze pratiche, poiché gli studenti dei due corsi di Laurea confluiscono nella stessa aula e nello stesso orario. Così, per ovviare al problema del disavanzo del numero di ore nel rispetto anche dei diversi obiettivi formativi, ho articolato il mio corso in un gruppo di 30 ore di lezione comuni, con in più un modulo specialistico riservato agli studenti di Scienze dell’Informazione. A questi propongo una breve storia dell ‘Informazione in Francia servendomi del volume dell’Encyclopédie de la Pléiade “La France et les Francais”, nelle pagine dedicate a questo argomento.
Vorrei concludere questo mio contributo, che non è altro che la testimonianza di un’esperienza ancora non del tutto consolidata, sottoponendovi una riflessione che si colloca forse un po’ a margine dello specifico di questo incontro. Mi chiedo (e vi chiedo) se la comparsa e il successo di questa disciplina non siano legate, oltre che a un rinato desiderio storicistico nella valutazione del prodotto intellettuale troppo a lungo isolato dal suo contesto, anche a un momento così particolare come è quello attuale riguardo al problema delle identità nazionali.
Mi pare che il concetto di cultura, e quello connesso di civiltà, sia centrale all’interno dell’odierno dibattito sul multiculturalismo. Ancor di più in relazione al concetto di nazionalità che viene avvertito come minaccioso o minacciato.
Raccontare e raccontarsi le origini, gli usi, le trasformazioni storiche, sociali e linguistiche delle singole culture nazionali, giungere alla loro identificazione, non dovrebbe coltivare un’idea di etnocentrismo, ma al contrario aiutare a fare un “buon uso” della diversità nell’ambito dell’unità del genere umano, perché – come è stato scritto – c’è sempre un po’ di sé negli altri.