LAURA BRIGNOLI- Università IULM di Milano
Mi occupo del Corso di Storia della Cultura francese dal 2001, cioè da quando l’Università IULM ha deciso di portare a esaurimento il tradizionale Lingue e Letterature Straniere per aprire quel corso di laurea (ancora quadriennale) che allora si chiamava “Traduzione e Interpretazione – Lingue per l’impresa”. Come si evince dal nome stesso, esso fu creato per rispondere a precise richieste di mercato: il pacchetto doveva coprire un settore fino ad allora lasciato scoperto dall’insegnamento universitario che sapesse combinare discipline più strettamente umanistiche a insegnamenti di tipo tecnico-linguistico ed economico. All’epoca l’insegnamento in questione era denominato “Lingua, Cultura e Istituzioni dei paesi di lingua francese” e mi fu affidato uno dei tre moduli di cui si componeva nel suo intero. Decisi dunque di realizzare un corso non troppo dissimile da un semplice corso di civilisation, ma dotato di un filo conduttore che lo rendesse degno di figurare tra gli insegnamenti universitari.
Data l’inesistenza di un qualsiasi “manuale” che tratti una materia come la storia della Cultura, se non ci si accontenta di una semplice civilisation, il primo problema che mi sono trovata a dover affrontare è la scelta bibliografica. La Cultura in senso lato è una disciplina che attiene in gran parte alla sociologia. Così non è impossibile trovare testi di impronta sociologica come quello, per citare un solo esempio, di Jean Fleury intitolato proprio La Culture (2002), ma, oltre al taglio poco adatto, esso considera unicamente la cultura in senso generale nei suoi rapporti con l’individuo, i giovani, la massa, il potere. Come si intuisce, non è certo questa la prospettiva che si può adottare avendo una preparazione prevalentemente letteraria, né è auspicabile, ovviamente, che l’insegnamento resti indipendente dalle specificità storico-culturali di un dato paese, la Francia nel nostro caso.
L’assenza di manualistica è la difficoltà più grande con la quale dobbiamo fare i conti insieme a un’altra, forse di gestione ancora più ardua: la vastità della materia. L’ambizione di offrire un panorama non certo completo ed esaustivo, ma che almeno permetta agli studenti di avere un’idea di cosa sia la cultura di un paese confligge con la singola annualità della disciplina. Forse però non è impossibile fare in modo che in 50 ore venga delineata per sommi capi una certa idea della Francia che sta a noi rendere più accattivante possibile.
Quell’anno decisi di soffermarmi sul rapporto che lo stato francese ha intessuto nel corso dei secoli fra le sue istituzioni e la cultura. Un piede nella storia, un altro nell’attualità, esplorai il côté ufficiale: Le istituzioni francesi per la Cultura. Essendo un modulo di 25 ore, mi limitai a prendere in considerazione l’Académie, perché mi importava soprattutto, attraverso la storia di questa istituzione, far comprendere agli studenti la specificità tutta francese del rapporto fra lo stato e la cultura, specificità che appare molto precocemente e di cui la storia dell’Académie è un ottimo esempio. Nella parte finale il corso prendeva in considerazione i numerosi organismi (Comités e Commissariats, Conseils Supérieurs et Délégations Générales) creati dal secondo dopoguerra in poi in difesa della lingua francese, messa in secondo piano dall’emergenza dell’inglese quale lingua veicolare, nonché il lavoro delle varie commissioni di terminologia. L’omogeneità del corso era garantita anche dal continuo riferimento all’impatto che tutte le iniziative culturali descritte hanno avuto sulla società nelle diverse epoche storiche, compreso quello della discussa legge Toubon (per chi non lo ricordasse, si tratta della legge del 1994 che imponeva sanzioni pecuniarie a chi utilizzava termini stranieri in contesti pubblici o istituzionali).
Stante l’inesistenza di manuali di riferimento, come detto, la bibliografia riguardò unicamente gli argomenti trattati durante il corso. Agli studenti fu richiesto lo studio di un volumetto della collana “Que sais-je?” che tratta dell’ordinamento dello Stato (P. Pactet, Les institutions françaises, Paris, PUF, “Que sais-je?”, 1998) perché non fossero totalmente ignari dell’organizzazione statale francese. Ma il vero supporto bibliografico al corso di quel primo anno fu il volume di M. Fumaroli, Trois Institutions littéraires (Paris, Gallimard “Folio”, 1994), il cui primo capitolo ripercorre la storia dell’Académie, scelto sia per il suo andamento agile e discorsivo, sia per la ricchezza dei contenuti: la storia dell’istituzione viene sempre correlata alle spinte sociali delle diverse epoche. Certo vi si riscontra qualche omissione significativa, come i fatti imbarazzanti legati al secondo dopoguerra e alle sorti di nomi ingombranti come Maurras e Pétain, ma a mio parere resta comunque la migliore ad oggi, meno schematica rispetto al volume di Jean Pol Caput pubblicato nella collana “Que sais-je?” nel 1986, e meno sottilmente allusiva della Vieille Dame du Quai Conti di René de Castries (1978).
Va riconosciuto che la storia dei Quaranta Immortali ha talvolta permesso agli studenti di rivalutare la transitorietà della natura umana, e dobbiamo ammettere che la loro giovane età li rende particolarmente poco inclini ad apprezzare fino in fondo gli annuali Discours sur la vertu, né possiedono sempre gli strumenti per cogliere le finezze espressive di un francese assolutamente delizioso. Fra i documenti proposti infatti, c’erano anche esempi dei discorsi tenuti dagli accademici, alcuni stralci delle leggi proposte per regolamentare l’uso dei neologismi oltre ai siti delle varie commissioni terminologiche.
Ripresi alcune idee dello stesso corso due anni dopo. Nel frattempo, era entrata in vigore la riforma universitaria che istituiva il 3+2. Il nostro corso di laurea cambiò la denominazione di "Lingue per l’impresa" con l’attuale “Interpretariato e Comunicazione” e mi fu affidato l’intero corso di Storia della Cultura di 50 ore che fu spostato al II anno. La maggiore ampiezza mi consentiva di trattare l’argomento con più agio e di studiare a fondo certi argomenti solo sfiorati in precedenza. Mentre la bibliografia proposta agli studenti non variò nella sostanza, io mi avvalsi di studi più approfonditi che prendevano in considerazione “La formazione dell’idea di Nazione in Francia”. Questo in effetti fu il titolo che diedi al mio corso, nel quale mi proponevo di motivare in certa misura quell’idea di grandeur che “affligge” i francesi attraverso la ricerca delle sue radici storiche. Il taglio socio-culturale che decisi di imprimere alla presentazione delle varie epoche, soprattutto quelle più lontane a noi, ebbe un buon riscontro presso gli studenti. Per l’Ancien Régime mi avvalsi soprattutto dell’opera di Norbert Elias, La société d ecour, che permette di comprendere le dinamiche di certi comportamenti dell’alta società di corte che rischierebbero di risultare solo stravaganti senza unaadeguata considerazione delle spinte sociali e delle ragioni politiche ad essa connesse. Presi poi in considerazione i simboli nei quali si cristallizza l’idea di nazione in Francia, a partire ovviamente dalla bandiera e dalla Marsigliese, entrambe legate al momento della Rivoluzione, per quanto l’origine della prima sia più oscura e quindi non esente da interpretazioni più o meno leggendarie. Ma senza dimenticare il Louvre e la Tour Eiffel, cioè due dei luoghi fisici della memoria, come titolava una famosa raccolta di saggi coordinata da Pierre Nora, della quale mi sono avvalsa per la preparazione di questa parte di corso.
Gli studenti, di solito poco interessati alla storia, hanno invece mostrato grande attenzione per questi fatti che rendono conto di vicende o di luoghi non scomparsi dall’orizzonte culturale odierno.
Una risposta ampiamente positiva ha avuto il corso sugli intellettuali: Dall’“engagement” all’autoriflessione: la figura dell’intellettuale nel XX secolo. Il corso si proponeva di considerare la figura dell’intellettuale dall’Affaire Dreyfus fino agli ultimi anni Novanta ossia da quando la sostantivazione dell’aggettivo ha cominciato a designare coloro che si fanno carico dell’articolazione cosciente fra vita letteraria, riflessione politica e implicazioni sociali.
Quando si parla della figura dell’intellettuale, è naturale circoscrivere l’ambito di studio al Novecento, perché, come sappiamo, è nel secolo scorso che il chierico, le clerc, ha preso coscienza della sua funzione sociale. Ho condotto la riflessione sul doppio versante delle connessioni storiche e delle ripercussioni di tali vicende sulle opere letterarie soffermandomi sulle figure più significative: Zola per fine Ottocento, poi Gide, Benda, Nizan, Camus, Sartre, Simone de Beauvoir, Foucault, fino ad arrivare ad introdurre brevemente due dei personaggi più in vista dell’epoca contemporanea: Régis Debray e Bernard-Henri Lévy. Ho potuto così mettere in luce l’evoluzione che ha subito nel corso del secolo un ruolo che si situa sempre a cavallo fra l’individualismo e la socialità, fra la singolarità di posizioni volontariamente personaliste e l’impegno collettivo all’interno di strutture ideologiche più o meno definite.
Proprio perché imperniato interamente su vicende storico-sociali e letterarie del Novecento, il corso ha facilitato il coinvolgimento degli studenti, chiamati a esprimere le loro opinioni al fine di una migliore fruizione di concetti spesso complessi nonché di una pratica della lingua talvolta carente sul fronte delle lezioni accademiche. Certo non si può pretendere l’espressione di pensieri teorici di alta levatura, ma la partecipazione degli studenti passa anche attraverso il dialogo su argomenti a loro meno consueti. Ripercorrendo il difficile momento dell’épuration e della pena di morte comminata a Brasillach, per esempio, è stato interessante portarli a riflettere da una parte sulla libertà di pensiero e di espressione, dall’altra sulla responsabilità sociale dello scrittore e sul peso che devono avere le sue parole.
La bibliografia in questo caso è abbondante e recente, per quanto spesso più incentrata sulle vicende socio-politiche che non sull’articolazione fra letteratura e società. Tali sono infatti i volumi di Ory e Sirinelli, Histoire des Intellectuels en France, de l’Affaire Dreyfus à nos jours, e quello di Goetschel e Loyer, Histoire culturelle de la France, entrambi poco adatti a un corso in cui le grandi figure dei letterati novecenteschi ha un peso ragguardevole. Così come lo sono le quasi 800 pagine del Winock, Le siècle des intellectuels, ma solo per la sua ampiezza eccessiva, perché in effetti il volume risponde bene alle esigenze di mise en relief delle figure di letterati attorno a cui si sono cristallizzate le varie fasi della storia intellettuale del Novecento.
Non voglio fare una rassegna bibliografica dei numerosi testi sull’argomento, ma non posso esimermi dal citare il testo che ho scelto come manuale di riferimento: François Dosse, La marche des idées (2003), la cui prima parte - “Histoire des intellectuels” - mi è sembrata la più adatta da proporre agli studenti.
Il corso è stato proposto in due differenti anni accademici: nel 2002-2003 e nel 2004-2005: nel primo ho imposto anche la lettura individuale di un romanzo a scelta fra una lista di opere prevalentemente narrative legate a situazioni storiche o sociali ben precise. Per fare qualche esempio c’era France, L’île des pingouins, (1908), Barbusse, Le feu (1916), Nizan, La Conspiration (1938), Brasillach, Les sept couleurs (1939) Notre avant guerre (1941), Vercors, Le silence de la mer (1942), Beauvoir, les Mandarins (1954), B.H.Lévy, Le diable en tête (1984).
Nel 2004, in luogo della lista proposi solo due titoli di romanzi incentrati proprio sulla figura dell’intellettuale in due diversi momenti storici: Les Mandarins della Beauvoir e Les Samouraïs della Kristeva. La scelta fu compiuta proprio in relazione al fatto che la materia dei due romanzi è attinta dal mondo intellettuale che le due scrittrici hanno vissuto in prima persona. Inoltre, ciascuno di essi contiene una riflessione sulla figura dell’homme de lettres che mi ha permesso di mostrare i profondi cambiamenti intervenuti in un lasso di tempo cronologicamente non molto lungo perché copre un arco che va dal secondo dopoguerra agli anni Novanta.
Mi importava, nell’uno come nell’altro caso, che gli studenti prendessero coscienza della profonda connessione fra clima storico-sociale e produzione narrativa, al fine di correggere almeno in parte quell’idea diffusa che la letteratura sia cosa morta o sterile o noiosa, laddove non svolga una mera funzione di intrattenimento.
La centralità del ruolo dello scrittore nella vita culturale francese è stata presa in considerazione da un’angolazione diversa nel corso di quest’anno intitolatoFiction e cultura: la funzione dell’arte secondo alcuni scrittori dalla seconda metà del Novecento ad oggi. Il mio obiettivo è stato quello di riflettere sulla funzione che alcuni scrittori attribuiscono all’arte non cercandola precisamente laddove è più scontato trovarla. Evitata dunque l’autobiografia, ho affrontato il tema trasversalmente, attraverso le opere di tre autori che conosco bene per avere a lungo lavorato su di espe: Yourcenar, Robbe-Grillet e Bénabou. Ciascuno di essi è autore di una raccolta di “novelle”, ed è stato quindi il genere che ha dapprima costituito l’oggetto di indagine, permettendomi di scandagliare le differenti ragioni che al pubblico francese lo rendono meno attraente rispetto al romanzo. Ma il corso così concepito mi ha permesso soprattutto di riflettere sul ruolo dell’artista nel doppio risvolto di homme ou femme de lettres (gli autori qui esaminati calati nel loro contesto storico) e personaggio (protagonista di testi letterari di fiction). Ne è uscito un quadro complesso e accattivante che vede delinearsi da una parte tre figure diversissime tra loro: un maître à penser prima donna approdata all’Académie, un iconoclasta protagonista di una delle più vivaci battaglie letterarie del XX secolo, e un oulipiano che è diventato scrittore per non aver scritto nessuno dei suoi libri. Dall’altra, sul fronte della fiction, il ruolo dell’artista si delinea fra colui che si salva grazie all’esercizio della propria arte e chi, invece, si dissolve in essa.
Come si può constatare, quest’anno la letteratura primeggia. E la risposta degli studenti è comparabile a quella degli anni precedenti, laddove si considerino le conoscenze pregresse. Non dico certamente cosa nuova lamentando la diminuzione progressiva delle conoscenze di partenza, anche se questo corso di laurea in genere attira studenti motivati.
Per concludere mi sembra utile dire due parole sui risultati dell’indagine customer, che dal 2002 vengono rilevati e comunicati ai docenti. Dalla lettura di questi dati si evince che l’attualità è fonte di maggiore interesse e l’evocazione del clima culturale del Novecento appare più gradito rispetto a un corso che ripercorra tappe storiche pur importanti, al punto che arrivano a giudicare più coerenti rispetto agli sbocchi professionali quei corsi in cui la cultura umanistica ha parte preponderante sulle conoscenze più tecniche.
Talvolta si ritiene erroneamente che chi sceglie un corso di Laurea come quello in Interpretariato e Comunicazione, che annovera fra le sue discipline materie come economia e marketing, giudichi quella parte della Cultura che è la letteratura uno spreco di tempo e di energie. Coloro che probabilmente diventeranno dei futuri traduttori devono essere coscienti del fatto che se per tradurre un libretto di istruzioni per l’uso è sufficiente conoscere molti termini tecnici di difficile reperimento, per cimentarsi nel lavoro infinitamente più gratificante per quanto meno remunerativo che è la traduzione letteraria sono richieste conoscenze che vanno ben oltre l’abilità linguistica.